I complimenti che fanno diventare grande.

“Se ti sgrido sempre non ti fai mica grande!”

Ho in mente questa frase di mia zia (quella del libro sul teamcoaching per capirci) e mi pare che renda bene l’idea: se vogliamo che la gente intorno a noi cresca, migliori, diventi più responsabile, più capace bisogna che sappiamo fargli i complimenti.

Sì, hai capito bene.

Contrariamente a quanto pensano certi manager e imprenditori “tuttodunpezzo” per i quali vale la regola che “se fanno bene hanno fatto il loro lavoro” e “se gli dico bravo allora si monta la testa, non fa più niente e mi chiede pure l’aumento”, fare i complimenti alle persone ha una funzione generativa.

Infatti quando riceviamo un complimento riceviamo un’indicazione precisa di cosa fare, di che cosa è piaciuto di quello che abbiamo fatto e (se il complimento è fatto bene) anche del perché.

Queste sono indicazioni straordinarie e importantissime per migliorare, per crescere.

Per contro se ricevo solo “sgridate”, “cazziate” e “ramanzine” varie saprò cosa fare (anche se spesso l’attenzione è posta sul cosa NON fare), ma probabilmente non sarò nello stato mentale ed emotivo giusto per farlo.

Ho avuto occasione in molte aziende di parlare con collaboratori e dipendenti che mi hanno confessato “se il capo almeno ci dicesse una volta bravo” “se almeno riuscissi a capire se quello che faccio va bene”.

Ci sono due aspetti nel complimento: uno mentale e uno emotivo.

Quello mentale ci dà appunto l’indicazione precisa di cosa è “stato fatto bene” e ci dice cosa viene apprezzato del nostro lavoro, quello emotivo ci mette nelle condizioni di voler fare ancora quelle cose “fatte bene” per ricevere ancora questa gratificazione emozionale.

Quindi da domani complimenti per tutti?

Complimenti per qualsiasi motivo e in qualsiasi condizione?

No, non credo che nemmeno questa sia una buona idea.

Credo che come sempre in un sano equilibrio si trovi la giusta misura, e che bisogna saper dosare i complimenti (che ci devono assolutamente essere) con i rimproveri, le evidenze delle aree di miglioramento del nostro operato.

Anche questo ci dà indicazioni di cosa fare, ma diversamente dal complimento ci fa sentire inadeguati, insufficienti.

Non ci premia emotivamente, anzi ci “deprime”.

Se vogliamo che le persone intorno a noi siano motivate ricordiamoci di fargli i complimenti per il lavoro fatto (e c’è sempre del buono in ogni lavoro e in ogni persona), questo specie quando la vediamo più in difficoltà.

Aggiungiamo, ma solo dopo aver preparato il terreno con un bel complimento, un’area di miglioramento, perché così spingiamo la persona a migliorare.

Se non ci sono i complimenti a preparare il terreno gli spunti al miglioramento basati su “quello che non va bene” saranno meno efficaci, (anche meno ascoltati, recepiti e più contestati) se non ci sono mai stimoli a crescere basati su “cosa manca” si tende a “sedersi”, a pensare che “siamo arrivati”, e anche questo non va bene.

Allenarsi a trovare questi equilibri è fondamentale se vogliamo che le persone intorno a noi stiano bene con noi e diano sempre il loro meglio.

Se qualcuno sta pensando “mica facile” allora è ora di cominciare a renderlo facile… allenandosi!

Quindi ora cerca qualcuno a cui fare un complimento e la prossima volta che vuoi che qualcuno faccia qualcosa meglio ricordati di cominciare a parlare da quello che sta già facendo bene!

Buon divertimento!

Paolo

Chi ha il telecomando delle tue emozioni?

A chi hai dato il telecomando delle tue emozioni?

Quando chiedo questo durante i miei corsi la gente rimane un po’ perplessa… il tele-comando?

In che senso?Telecomando-300x253

Il senso è molto semplice da spiegare: ci sono persone a cui diamo il potere di farci provare emozioni (positive o negative) e poi capita che ci lamentiamo che lo usino…

“Quando fai così mi fai arrabbiare” è la frase tipica con cui descriviamo questo “telecomando”: chi è il soggetto della frase? Io o qualcuno di esterno?E che ruolo ho io?

Se c’è qualcuno a cui io riconosco il potere di farmi arrabbiare o no, il fatto che succeda dipende solo da una sua decisione, io non conto più, in questo schema l’esterno agisce, io subisco. Punto.

Se questa è la nostra rappresentazione della realtà allora come possiamo sentirci diversamente?

Quello che ci dimentichiamo è che il potere di farci arrabbiare, di farci sentire felici o tristi lo possiamo dare (o togliere) solo noi alle persone.

Infatti ogni situazione che si verifica intorno a noi viene percepita dal nostro sistema sensoriale, questa informazione viene poi passata al nostro sistema cognitivo dove acquisisce un significato preciso, ad esempio il pianto di un bimbo può essere un dolore o una grande felicità se si tratta dei primi vagiti di un neonato.

Quindi il significato che abbiamo attribuito a quell’evento esterno determinerà il tipo di emozione che proveremo in quel momento.

Quando usiamo questo linguaggio de-responsabilizzante (“mi hai fatto arrabbiare”) è perché pensiamo veramente che sia normale che il nostro stato d’animo dipenda “dall’esterno”, che ci veda parte passiva e non attiva… ed ecco la buona notizia: il nostro stato d’animo, le nostre stesse emozioni siamo in grado di gestirle.

Gestirle non vuole dire negarle, non vuole nemmeno dire esaltarle ma nemmeno farle diventare la normalità a cui abituarsi

Per gestire al meglio le nostre emozioni è sufficiente che acquisiamo consapevolezza del modo nel quale le generiamo, dei significati che diamo alle cose, perché spesso non ci rendiamo conto di avere deciso che “quell’evento significa questa cosa” e questo accade anche perché a volte non siamo noi ad averlo deciso, ma abbiamo semplicemente accettato, con leggerezza, qualche regola di qualcun altro.

Le persone sono esseri umani anche quando sono in azienda, infatti vedo tantissime volte ripetersi certi schemi di “dipendenza emotiva” che mantengono in vita comportamenti non funzionali né per l’azienda né per le persone stesse, semplicemente a causa di un “incastro emotivo”.

Ad esempio: “Il mio collega non mi rispetta perché quando deve fare un lavoro per me non lo finisce mai in tempo, e questo mi manda su tutte le furie, è un deficiente!”

Quando la rappresentazione delle cose è questa, non siamo certo nelle condizioni per collaborare al meglio con questo collega.

Si tratta allora di capire a chi abbiamo dato il telecomando, e soprattutto, se non ci piace che sia qualcun altro a decidere quali emozioni proveremo, riprendercelo.

Per fare questo i passi sono i seguenti:

  1. Notare lo “schema di dipendenza emotiva” che abbiamo creato. (Consapevolezza)
  2. Decidere che se questo schema non ci piace più possiamo cambiarlo perché dipende da noi (Self empowerment)
  3. Notare che il nostro punto di vista sulla cosa non è l’unico, ma che possiamo assumerne un altro, più efficace. (Osservazione)
  4. Mettere in pratica la nuova strategia che abbiamo stabilito e vedere come va (Sperimentazione)

Vuoi sapere meglio come funziona questo meccanismo, ma soprattutto ti interessa interagire con le tue emozioni, non subendole semplicemente ogni volta che si verificano certe situazioni? Vieni martedì 9 novembre 2010 a Faenza, in via Laderchi 3/a alle 20.33.(per maggiori informazioni leggi qui).