Ma serve veramente la formazione?

L’unico modo per saperlo, secondo me, è quello di andarlo a misurare nei fatti!

Per questo spesso chiedo ai miei corsisti che a volte rivedo dopo mesi o anni, “Cos’è cambiato dall’ultimo corso di formazione?” Che il corso sia stato fatto con me o con altri, le risposte sono le più disparate (o disperate)… spesso in correlazione con il tipo di attività svolta!

Eppure è bene capire cos’ha funzionato e cosa no, con serenità, obiettività e facendo tesoro dell’esperienza fatta.

In realtà ciò che rimane dopo un corso è ciò che abbiamo INTEGRATO nella nostra quotidianità, che abbiamo “fatto nostro” quasi al punto di non accorgerci che è diventato parte di noi, del nostro modo di fare.

D’altra parte è fondamentale capire che ciò che integriamo più facilmente è ciò che più ci ha emozionato, che ci ha lasciato una forte traccia dentro, ci ha fatto sentire che “si può fare”.

PER TROVARE QUALCOSA DOBBIAMO ANDARE A CERCARLA, MA ANDREMO A CERCARE SOLO QUELLO CHE PENSIAMO CHE ESISTA.

Quello che ho scritto chiaramente nel mio libro “Osa Sognare!” è che spesso il motivo per cui non otteniamo i risultati che vogliamo è che non crediamo che sia possibile ottenerli, o addirittura non sappiamo che si possano ottenere.

Fare un percorso nel quale tocchi con mano cosa vuole dire “fare squadra”, “comunicare efficacemente”, “essere leader”, “mettersi in gioco per crescere”, “apprendere”, vuole dire che in quel momento so che si può fare, non solo, so anche che l’ho fatto io, l’ho vissuto personalmente.

A questo punto lo devo solo integrare nella mia realtà quotidiana. Il che non è un passo banale, ma che comunque viene sempre e solo dopo che ho capito che lo posso fare.

Per questo non comincio mai un incontro di formazione senza prima aver chiesto a tutti: “Che cosa hai applicato dei concetti visti l’ultima volta?”. La teoria è affascinante, ma senza la pratica rimane solo uno sterile esercizio di pensiero.

La cosa bella poi è che integrare nella quotidianità significa in TUTTA la quotidianità, non solo applicandola sul lavoro e poi basta.

Infatti “essere un buon componente del team” o “essere un buon comunicatore” non è “comportarsi da buon componente del team” o “comportarsi da bravo comunicatore”, riguarda l’essenza intima delle persone, la propria identità, ed è solo a quel livello che ci garantiamo di aver fatto il salto di qualità.

Non abbiamo solo imparato a fare qualcosa che in certi contesti funziona, abbiamo visto che è possibile ESSERE un certo tipo di persona, abbiamo visto come allenarci per diventarla e, un passo alla volta, lo siamo diventata.

Spesso mi capitano corsisti di aziende che mi vengono a dire “sai che le cose che abbiamo fatto al corso funzionano anche con i miei figli” e questo è un bellissimo segno, perché significa averle portate nella quotidianità.

Essere un buon comunicatore, o un buon “problem solver” ad esempio, non serve solo nel lavoro, serve anche a casa, e mi posso allenare ad esserlo anche in famiglia; e lo stesso vale per tutti i concetti che possiamo sperimentare in ogni percorso.

La cosa potente del percorso è che sai quando è cominciato, ma non sai che poi non finirà mai, in quanto ogni giorno ci verrà data la possibilità di metterci in gioco per continuare a crescere, per essere sempre il meglio di noi stessi!

Buon allenamento a tutti!

Paolo

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