Coaching Aziendale

Mi succede tutte le volte che sono in un’azienda, e credo che alla fine faccia la differenza nel lavoro di coach.

“Il capo non mi dice cosa devo fare!” “Non ho chiarezza sul mio ruolo!” “Non ottengo le risposte che voglio!”… Quante volte sento le persone lamentarsi (anche giustamente) di queste carenze in azienda.

A quel punto l’approccio del coach si svela con una domanda:

“Tu cosa puoi fare perché le cose migliorino?”

E’  una semplice domanda, ma porta le persone a trovare le risorse che hanno ma che spesso sottovalutano o dimenticano proprio di avere.

Perché se pensi che dipenda solo dagli altri tu assumi il ruolo di vittima, non puoi farci niente, e ti può fare sentire solo male.

In realtà abbiamo molto più potere di così (a meno che non decidiamo di rinunciarvi) ma per scoprirlo dobbiamo andarlo a cercare, guidati, appunto da una domanda.

Una domanda che ha come presupposto che TU possa fare qualcosa, una domanda che ha TE come soggetto attivo, e che indirizza la ricerca ad un’AZIONE per il miglioramento.

Azione! Sì, perché lamentarsi con i colleghi di quello che non funziona difficilmente porterà soluzioni e miglioramenti, mentre

AGIRE,concordando AZIONI che poi vengono messe in pratica può fare la differenza.

Che sia un diverso approccio comunicativo, un modo diverso di vedere le cose, l’attivazione di nuove risorse per affrontare la questione, ma possiamo sempre fare qualcosa per migliorare la situazione che non vediamo funzionale.

Tutto però nasce da una semplice domanda…

Ricordiamoci che ogni volta che ci troviamo di fronte ad un problema possiamo concentrarci su quanto disagio ci crea questa situazione oppure attivare la nostra capacità di affrontarla al meglio.

Poi possiamo scegliere di investire le nostre energie per lamentarci del problema con tutti, affermando il nostro ruolo di “vittima” oppure usare le stesse energie per decidere come affrontarlo, allenando il nostro ruolo di “protagonista”.

Buona scelta e buon divertimento!

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Grazie professore!

Oggi ho saputo che è morto un mio professore delle superiori.

Non era un professore come gli altri per me, è stato il professore che più di tutti gli insegnanti che ho avuto in tutte le scuole che ho frequentato ha lasciato la sua impronta, ha fatto la differenza nel farmi diventare la persona che sono.

Era una persona che veniva stimata da tutti, era autorevole, parlava di ciò che sapeva e aveva un approccio positivo alla vita. Il suo intercalare “Benissimo!”, sempre enunciato con entusiasmo, era il suo “marchio di fabbrica”.

È stata una persona che ha insegnato a tanti di noi studenti i principi della meccanica e delle macchine a fluido, ma sopra tutto ci ha trasmesso un approccio curioso, appassionato e divertito rispetto al mondo e alla vita.

Ricordo che ci parlò della Ricerca Operativa come di una disciplina giovane ed affascinante, e mi fece venire voglia, a 18 anni, di leggere un libro su quella tematica. Era l’unico dei professori che usava tutti i voti, da zero a dieci, ed era l’unico che quando entrava in classe, in qualunque stagione dell’anno ci faceva aprire le finestre per cambiare l’aria, incurante delle nostre eventuali proteste.

Penso che quando ci lasciano le persone che sono state particolarmente significative nella nostra vita, sia per noi ancora più importante esprimere un sentimento di gratitudine per le cose belle che abbiamo ricevuto, e poi sia altrettanto importante che ci mettiamo subito all’opera per fare si che quella parte meravigliosa, magica e potente che percepivamo in questa persona venga fatta vivere… da noi!

Questo è per me il segreto della vita e della morte, ogni persona che ci lascia ci ha dato qualcosa di magico e potente, il nostro miglior modo di esprimergli gratitudine è impegnarci ogni giorno per fare vivere quelle cose buone che ci sono state trasmesse.

Se facciamo questo, rendiamo immortale ogni giorno il meglio delle persone intorno a noi.

Grazie professore!