I primi passi per cambiare le abitudini (che non vogliamo più)

Ciao! Allora, l’altra volta abbiamo visto come tutti abbiamo delle abitudini e vi ho invitato ad andare a vedere quali abitudini abbiamo già.

Nello scoprire che abbiamo delle abitudini che già funzionano, possiamo anche aver scoperto che abbiamo delle abitudini che non funzionano e che ci portano a non dare proprio il nostro meglio.

Ad esempio, potrebbe essere successo che qualcuno abbia scoperto che quando qualcuno che ha più potere grida o alza la voce c’è una tendenza a ritirarsi, a chiudersi.

Ecco, queste sono due abitudini, sia quella di gridare sia quella di ritirarsi, che probabilmente non ci pongono nel nostro meglio e probabilmente non ci piacciono. Ma nel momento nel quale le abbiamo viste possiamo decidere di modificarle.

Decidere di modificarle in alcuni casi è il passaggio fondamentale. Riuscire a modificare un’abitudine ha diverse fasi e questa prima fase è importantissima, perché non puoi fare niente che non hai veramente deciso di fare.

E come si decide una cosa?

Comincia a scrivere quanto ti è costato fino ad adesso avere questa abitudine.

In quante situazioni hai vissuto un problema perché non sei stato capace di uscire da uno schema?

Pensaci. Scrivilo.

“Questa abitudine qui mi ha generato questo tipo di fatica, di dolore qui”.

Ad esempio, non riuscire a fare un passo indietro, aprirmi e dire: “Ok, parliamone. Fammi capire”, a interagire in maniera efficace con chi ha alzato la voce, può essere un costo importante. Ho subito qualcosa che non volevo subire.

Ora, capito quanto mi è costata questa cosa, cominciamo a renderci conto che è possibile andare oltre. Non solo è possibile, ma ce lo meritiamo proprio.

Quindi cominciamo a dire:

“mi merito altro, posso fare altro, voglio fare altro”

e a questo punto cominceremo a essere pronti per quelle che sono le fasi successive del cambiamento.

Perché integrare ogni parte della tua vita

Integrare parti della vita

Integrare parti della vita
Negli anni ho tenuto molti seminari sulla longevità felice, perché? Beh, in effetti studiare la longevità triste mi non mi pareva molto interessante, e, come abbiamo visto nel post sul perché pensare positivo, la longevità e la qualità (percepita) della vita delle persone vanno di pari passo.

In effetti, capisco che chi vive una vita triste non abbia poi molta voglia che sia anche lunga, mentre chi si diverte su questo pianeta, a prescindere dalla sua età, reddito, istruzione, salute, ecc. non abbia poi così fretta di abbandonarlo.

Una delle cose che è stata studiata essere tra le abitudini di chi campa a lungo e felicemente è la capacità di integrare ogni parte della propria vita.

Hai presente quelli che dicono:

“Non voglio più sentirne parlare! Voglio solo dimenticare quella persona o quell’esperienza!”

Ecco, loro non stanno integrando tutte le parti della loro vita, non stanno veramente vivendo integralmente la loro vita, stanno “scegliendo” alcune parti e decidendo di escluderne altre.

Ma, come spesso succede, questo fatto non è molto sano per noi, è la vecchia storia di quando non accettiamo qualche parte di noi e gli facciamo la guerra. Se anche vinci la guerra contro una parte di te, hai presente chi la sta perdendo? Sempre tu! Quindi è proprio quel tipo di separazione che non funziona.

Ciò che fanno le persone che campano a lungo è saper integrare tutte le esperienze della loro vita, perché tutte le esperienze della loro vita, da quelle più piacevoli a quelle più dolorose, a quelle più spiacevoli che si sono poi rivelate essere vere e proprie rivoluzioni generative e costruttive sono la loro vita, così come la nostra vita.

Il supporto della programmazione neuro linguistica in questo procedimento è quello di riuscire a cogliere i nostri conflitti interni.

Infatti, semplicemente ascoltando i nostri pensieri, e ascoltando il nostro linguaggio ci renderemo conto di se stiamo allontanando qualche parte delle nostre esperienze di vita.

Ad esempio: mai buttato via vecchie foto perché vi ricordavano qualcuno o qualcuna che volete dimenticare? Mai smesso di frequentare posti o di ascoltare canzoni perché sono associate a esperienze che volete rimuovere dalla vostra vita?

Be’, a me è successo di accorgermi che non volevo più ascoltare una canzone che mi riportava a una situazione passata vissuta con dolore, e allora mi sono messo davanti allo specchio e mi sono detto: vuoi scappare da questa realtà o la vuoi integrare nella tua vita?

Vi siete mai fatti questa domanda? Scrivetemelo nei commenti!

Le abitudini che portano al successo

Oggi parliamo delle abitudini che portano al successo: le abitudini di successo.

Successo è il participio passato del verbo succedere. La domanda quindi è:

“Cosa vuoi che succeda nella tua vita?”.

Quali sono i risultati che vuoi ottenere e poi, vuoi tutte le volte che decidi di ottenere qualcosa, romperti la testa per capire come farlo, o hai creato una bella autostrada che ti porta in automatico a fare le cose che determinano i risultati che vuoi? Questo è il punto.

Abbiamo un sistema di funzionamento come esseri umani che è basato sul piacere e sul dolore. Tutto quello che facciamo il nostro cervello lo riconduce semplicemente a andare via dal dolore e andare verso il piacere.

Quindi se adesso stai ascoltando questo video è perché hai più piacere a farlo che a fare qualunque altra cosa tu stia facendo o tu possa fare, oppure hai meno dolore a stare qui piuttosto che andare a fare qualunque altra cosa che tu possa fare in ogni momento.

Questo vale per ogni scelta che le persone prendono nella vita. Persino nei casi più estremi ognuno di noi sceglie di massimizzare il piacere e di ridurre il dolore in funzione delle informazioni che ha e questo diventa il punto.
Le informazioni che portiamo dentro ci danno le opportunità di ottenere risultati in un certo modo. E io oggi ti dico che queste informazioni vengono elaborate e diventano, dentro di noi, meccanismi, abitudini, modi di fare le cose.

Tipo aprire le porte. Quando arriviamo di fronte a una porta noi non ci mettiamo a pensare

“hm, come si farà qui? Bisogna battere le mani? Bisogna parlare?”

No, sappiamo che è una porta, cerchiamo un’appendice da qualche parte, una maniglia, la giriamo e tiriamo o spingiamo. O cerchiamo un sensore da far scattare, se è una porta liscia, per farci aprire.

Questo è un automatismo e ogni automatismo genera un risultato. Solo che spesso questi automatismi che abbiamo non li abbiamo scelti, ce li siamo trovati e non generano esattamente il risultato che vorremmo.

Il gioco è quello di capire come un certo modo di fare le cose ci porti un risultato.

Quando ero studente all’università di ingegneria ero diventato veloce negli ultimi anni a fare gli esami perché avevo messo insieme un metodo favoloso.

Avevo l’abitudine di andare ai corsi, scrivere, avevo imparato come selezionare cosa scrivere, la sera sottolineavo i concetti e li fissavo, in modo che la volta dopo che andavo a lezione costruivo su ciò che c’era già e arrivavo alla fine dove con una ripassata generale ero pronto per fare l’esame. È un metodo, è un’abitudine di successo.

Pensa a quali sono le abitudini di successo che già hai e nota come tu fai delle cose che ti vengono facili, e che per altri sono difficili invece, in maniera semplice, perché hai questa abitudine.

Nota quanto sei già capace di esprimere abitudini di successo in certi ambiti e comincia a pensare quali altre abitudini di successo vorresti avere in altri ambiti.

Buon divertimento!

Come crescere e far crescere le persone attorno a noi

Crescere insieme

Crescere insieme

Ieri un mio cliente mi ha detto:

“Ma se lui non ce la fa, poverino, lo devo fare io al suo posto…”

Che detta così, che si tratti di un dipendente, di un parente, di un collega o di un amico ci sta… ho solo un piccolo campanello d’allarme, che riguarda la modalità di aiuto e quel termine: “poverino”.

Se lui è poverino, tu sei il suo salvatore o la sua salvatrice, però è piuttosto interessante anche qui che ci chiediamo:

“Qual è l’obiettivo?”

Infatti se l’obiettivo è aiutare le persone spesso non è facendo le cose al posto loro che le aiutiamo veramente, ma piuttosto stando con loro, dandogli stimoli a imparare. Se penso che tu sia poverino, se ti tratto da poverino, spesso tenderò a fare le cose al posto tuo, con un duplice problema, tu non imparerai a fare niente, imparerai che sei poverino e io mi sarò condannato a fare sempre le cose per te.

Se invece ti voglio aiutare veramente, la prima cosa è capire che non ti aiuto se ti vedo come un “poverino”, ti aiuto se ti vedo come una persona capace, che per qualche motivo in questo momento non è in grado di esprimere il suo meglio, quindi il mio compito non è fare le cose al tuo posto, ma dirti proprio che sei in grado di farle tu.

E il modo più efficace che ho per dirtelo non è a parole, è con i fatti, è trattandoti da persona capace, che sta attraversando il suo momento di difficoltà. Quindi, invece di fare le cose al posto tuo, ti posso fare vedere che sei di più di quello che ti riconosci in questo momento.

Posso mettermi lì con te e farti vedere che sei di più di quello che percepisci ora, che puoi farcela, che ti serve un aiuto, non un sostituto.

Per questo facciamo molta attenzione ai nomignoli “carini”, Paolino, Mariolina, Mariolino, perché spesso fanno rima con poverino, e altrettanto spesso portano a un gioco di ruoli dove qualcuno finisce per fare il piccolo debole e incapace e qualcun altro si trova a fare quello forte e capace, che si è auto-condannato ad assistere gli altri per sempre!

Abbiamo sempre la possibilità di crescere e di fare crescere le persone attorno a noi, oppure di fermarci dove ci troviamo… a te cosa piace di più che succeda? Cosa stai facendo succedere?


Consiglia il corso sul Potere personale


Siamo spontanei?

Ciao, dopo il video dell’altra volta, dove parlavo di come poter acquisire dalle persone ciò che più è importante per noi, qualcuno m’ha detto: “non è spontaneo”.

E io ho detto: “ok è vero, non è spontaneo”.

Però chiediamoci una cosa: cos’è spontaneo? È spontaneo mangiare con la forchetta?

Se guardo mia figlia non mi sembra. È spontaneo attraversare sulle strisce? È spontaneo guidare a destra? È spontaneo dire grazie, prego, per favore? Nella vita abbiamo imparato un sacco di cose spesso pigliando mazzate da chi ce le insegnava. È spontaneo?

Penso che più che di spontaneità dobbiamo renderci conto che siamo nutriti da condizionamenti che hanno generato comportamenti. Quindi sono comportamenti acquisiti.

Ad esempio, i ragazzi di Google hanno creato qualcosa di meraviglioso, incredibile, un progetto veramente al limite dell’impossibile… sono stati spontanei? Hanno seguito solo quello che era dentro di loro? Il motto del loro college era Abbi un sano sprezzo dell’impossibile.

E loro spiegano che nel loro progetto, quando si son trovati in difficoltà, si sono rifatti proprio a quel motto. Hanno voluto assomigliare a quel tipo di persone.

Quindi la cattiva notizia è che nessuno di noi è spontaneo. Tutto ciò che siamo viene influenzato da ciò che abbiamo intorno.

Però c’è anche la buona notizia. La buona notizia è che possiamo decidere, scegliere da cosa farci influenzare, quindi possiamo prendere dal mondo le parti e i comportamenti che ci piacciono, modellarli, portarli dentro di noi e farli nostri, assomigliando ogni giorno sempre di più alla persona che vogliamo essere.

Buon lavoro e buon divertimento!